Ieri mattina, suona il telefono, rispondo e una voce sconosciuta, mi chiede : "Lei è Fiordicactus?" io confermo e la voce continua : "Io sono la figlia di C !" non la faccio continuare, e chiedo " E' morta la zia?"  "No!" dice lei ""E' morto mio padre!"

Sua zia, ha avuto un ictus qualche mese fa, ha un'ottantina d'anni, ed era facile pensare che fosse arrivata la sua ora, invece, suo padre, se pur anziano, se pur con i suoi acciacchi . . . lo pensavo forte come sempre . . . pieno di vita, di gioia di vivere, benchè nella vita ne abbia affrontate tante . . di gravi e di meno gravi, di tristi e di allegre!

Abbiamo parlato un po' con questa "cugina" di cui sentivo parlare, come lei sentiva parlare di me . . . suo padre e mia nonna, erano cugini . . . e come nelle famiglie di una volta, con molti figli, le età, dei cugini si sovrapponevano a quelle dei bis cugini, in un intreccio di affetti, e di amicizie che andava oltre la semplice parentela come viene considerata dalla legge! Ci siamo promesse di tenerci in contatto, nuove generazioni di vecchie famiglie!

Io, al momento le ho detto che non mi sentivo particolarmente triste, forse perchè ormai, con l'età, con la vita e con l'aiuto della fede . . . sento la morte come un passaggio, come una cosa famigliare, ma poi, dopo aver riattaccato, mentre sfaccendavo per casa, mi è venuto un po' di magone! Ho trovato conforto in una poesia che, secondo me  esprime bene la carica di vitalità che era in quest'uomo e che è il mio saluto per lui!

Io l'ho su un opuscolo che hanno dato tempo fa in chiesa, ma qui sul web, l'ho trovata sul sito di Joyce Dijkstra

 

LA VITA

 QUANDO LA MORTE BUSSO' ALLA MIA PORTA
LA PREGAI IN GINOCCHIO DI NON ENTRARE,
MA LEI ENTRO', SENZA ESITARE.
ALTRE VOLTE IO VENNI IN QUESTA CASA
–  DISSE – E SEMPRE MI ACCOGLIESTI.

VENNI VESTITA DI VERDE,
COSPARSI DI FIORI IL TUO GLICINE,
PROFUMAI IL TUO GIARDINO, LO BAGNAI DI RUGIADA,
MI CHIAMASTI NATURA. 

VENNI VESTITA DI BIANCO,
FECI BRILLARE I TUOI OCCHI,
SORRIDERE TUA MOGLIE E I TUOI FIGLI,
MI CHIAMASTI LETIZIA.

VENNI VESTITA DI ROSSO,
TREMO' IL TUO CUORE, PREGASTI,
QUALCUNO ANDO' VIA, ALTRI TI DISSERO
PAROLE BUONE, MI CHIAMASTI DOLORE. 

VENNI DI LUCE VESTITA
E TI SENTISTI PIU' VIVO, PIU' VERO,
TI SEMBRO' OGNI COSA PIU' CARA,
MI CHIAMASTI AMORE. 

ORA, PERCHE' MI VEDI DI NERO VESTITA
CREDI CHE IO SPEZZI, INTERROMPA,
MI CREDI NEMICA DI CIO' CHE TU AMI.
NO, NON GUARDARE IL VESTITO. 

NON PARLAI, LEI PRESE PER MANO
LA MIA SPOSA E SI AVVIO'.
ALLORA GRIDAI – QUAL E' IL TUO NOME? –
RISPOSE LA MORTE DI NERO VESTITA:
– IL MIO NOME E' UNO SOLO, SONO LA VITA.

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6 thoughts on “

  1. Bella questa poesia, mi sono commossa. Io pur non essendo più giovanissima e avendone passate tante, la morte anche se naturale non sono riuscita ancora a metabolizzarla.Ciao.

  2. L’esperienza della morte fa parte della vita, si diceva da queste parti…

    E’ bella la poesia, e il magone rimane anche se tardivo, siamo uomini ci vogliamo anche bene.

    Ciao

  3. Grazie a voi, che siete passati . . .!

    Per Factum, magone tardivo, . . . di un’oretta . . .! 😦
    Quando muore una persona che ami e conosci, è come se sparisse una parte di te . . . un po’ della tua vita . . .! Forse è per questo che vorrei fermare i ricordi su carta!
    Si accettano sugerimenti e repliche! 😉
    Ciao, quasi gemello, R

Benvenuti nel mio blog.

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