Questo matrimonio s’ha da fare . . .

Questa è una storia di altri tempi, tempi remoti. Una storia che ha più di 100 anni.
Una storia che è successa in una Città sulla Costa . . . i personaggi, i loro figli e pure qualche nipote ormai sono lontani dai problemi terreni, è per questo che la racconto . . . anche per quelli che, al giorno d’oggi, si scandalizzano di certe cose che capitano. Anche per quelli che, al giorno d’oggi, borbottano dei vecchi tempi, considerandoli migliori. Anche per quelli che sono curiosi delle storie di una volta . . . come Silvia

Tutto è successo per colpa di un ragazzo, un ragazzo di cui non so niente, come in quella canzone di Guccini . . . non so che viso avesse, neppure come si chiamava, con che voce parlasse, con quale voce poi cantava, quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli, ma nella fantasia ho l’immagine sua, so che doveva essere un bel ragazzo, sapendo di esserlo. 

Era fidanzato di una giovane donna, bella, mora e con lunghi capelli neri, che chiameremo Livia. Una ragazza che era brava in un arte che adesso è praticamente scomparsa, lei girava per le case a preparare i fili dell’ordito sui telai a mano con cui si tessevano le pezze che poi, unite ” a tre teli”  sarebbero state usate come lenzuola. Lei, di suo, lavorava sul telaio le tele più fini (tutto lino) e in misure diverse per altri usi: asciugamani, strofinacci, pannolini, e per i vestiti. Era conosciuta, e veniva da una famiglia conosciuta, la sua parentela era vasta e (per quell’epoca) importante nel paese . . . era una “sudentrina” abitava all’interno della parte più antica di quella che adesso è la Città sulla Costa, “su dentr’ ” alle mura del vecchio “Castello”, a due passi dalla casa della famiglia della poetessa Bice Piacentini, chissà, mi piace pensare che qualche volta si sono incontrate, si sono parlate.
Questa ragazza aveva una sorella, bella anche lei, ma, al contrario di lei che era riservata e schiva, questa era più socievole, non sfacciata, ma vivace . . . sposata con qualche bimbo piccolo e un marito partito per l’America. Ah l’America, terra dei sogni per tanti italiani.

Questo ragazzo, che chiameremo Nazzareno, era sinceramente innamorato della sua fidanzata, le aveva regalato un anellino. La madre di lui le aveva fatto visita con le figlie e la giovane nuora e l’aveva trovata di suo gradimento, questo era stato chiaro a tutti, quando Ida era uscita il giorno dopo con al collo la collana d’oro che le era stata regalata dalla futura suocera . . . i sussurri delle vicine: “Hai visto? L’ha ferrata!” indicavano che la suocera l’aveva “accettata” come futura nuora.
Il fidanzamento, si sa si protraeva nei mesi, i mesi diventavano anni, le cose da preparare tante, i soldi pochi . . .

Un brutto giorno, i sussurri delle pettegole del paese cominciano a circolare parlando di un bambino in arrivo, ma non della nostra Livia, no, di sua sorella Giuditta. Uno scandalo: suo marito di là del mare, lei, a casa con i bambini, nottetempo riceveva il fidanzato della sorella . . . fidanzamento andato a monte, due sorelle che non si sono più parlate . . . una madre che, presumo, aveva il cuore spezzato . . . non  si può scegliere di voler bene a una e non all’altra, ma, una cosa così, Giuditta non la doveva fare.
Nacque una bella bambina, e fu subito chiaro, anche a quelli che ancora dubitavano, chi fosse il padre.
Si racconta che là, a NuovaYork, il marito apprese la notizia da una lettera, del solito ficcanaso impiccione amico mal consigliato, che gli faceva le congratulazioni per la nascita di questa neonata. Si racconta che cadde stecchito da un infarto. Chissà! Magari è vero.

La nostra Livia si trovò così dall’oggi al domani, senza colpa, nell’occhio del ciclone . . . senza fidanzato e senza sorella, ci vuole poco per pensare che anche la collana e l’anello vennero rispediti al mittente, mi piace immaginare lei che va a messa a testa bassa, lui che fermo lungo la via la guarda passare e forse le sussurra delle scuse, la prega di perdonarlo, le voci tramandate dicono che lei non gli ha rivolto più la parola.

Passano un po’ di anni e dall’America torna un altro giovane, che anche lui  . . . no, questa è un’altra storia . . . questo giovane non aveva fidanzata, forse aveva sentito parlare delle peripezie di Livia, ma non ci dette peso, specialmente dopo averla vista . . . un colpo di fulmine? Chi lo sa? Romanticamente penso di sì . . .

Non so come fu il corteggiamento, nessuno me ne ha mai parlato, sono quasi sicura che lui la conquistò col suo umorismo, col suo sorriso, col suo amore . . . so come finì,  un bel giorno ci fu un matrimonio nella chiesa di San Benedetto Martire.

Era una bella giornata di sole, con quei colori mediterranei che piacevano tanto ai pittori del nord Europa, i muri delle case ombreggiavano la strada al corteo nunziale, Livia col suo vestito buono, la gonna di raso pesante, ricca arricciata, il busto chiuso in una camicia di seta col colletto di pizzo, i capelli raccolti, gli occhi scuri e profondi camminava sotto braccio al fratello più grande e tutto intorno i parenti maschi della famiglia, qualche ragazzo, poche le donne, per lo più fantelle, ragazzine; le donne adulte tutte indaffarate in casa per preparare il pranzo . . . là, sotto l’arco di un portone, sua sorella, tutti la ignorarono . . . in un angolo della strada più sù, il suo vecchio fidanzato, che da anni ormai aveva lasciato anche Giuditta e i suoi bambini, gli uomini della famiglia e i parenti stretti lo guardarono storto, un brusio serpeggiò lungo il gruppetto che seguiva la sposa . . . poco lontana la chiesa, con i suoi gradini prima del portone, sotto le scarpette belle, sentiva tutti i ciotoli di fiume della strada, meno male che poi arrivavano i blocchetti di porfido . . .

Entrarono nella semioscurità della chiesa e si avvicinarono all’altare dove c’era lo sposo (chiamiamolo Francesco) che l’aspettava, non era un amore, da parte di lei, come quello che le aveva fatto battere il cuore per il fedigrafo  Nazzareno, ma una cosa più tranquilla, un affetto per una persona buona e gentile, per un uomo che l’aveva fatta sentire ancora viva, amata, che l’aveva salvata dalla dura vita della zitella, a quell’epoca aveva già compiuto i 30 anni.
Forse non se ne sarebbe accorta, ma vedendo qualcuno tra i fratelli, i cugini e gli altri parenti giovani schierarsi sull’altare, il Parroco che si guardava intorno preoccupato e sussurrava qualcosa al sagrestano, quest’ultimo che andava da suo fratello, nei primi banchi per parlagli e suo fratello che guardava il Parroco accennando con la testa un gesto di assenso, anche Livia notò lui, lui che era stata la sua spina nel fianco in quegli ultimi anni era proprio sulla soglia della sagrestia,  un amico gli stava parlando a bassa voce e lui che, si capiva anche da lontano, non si voleva muovere di lì.

Lo sposo fece finta di niente o, forse, nella sua gioia non volle accorgersi di niente.  La cerimonia ebbe inizio, ma quando il Parroco pronunciò la fatidica frase: “Vuoi tu Livia prendere il qui presente Francesco come tuo legittimo sposo?”  non riuscì a rispondere, sentiva su di sé lo sguardo di lui, e la gola le si chiuse . . . il Parroco pensò che forse, emozionata, non avesse sentito e ripeté la domanda, ma, in un fugace movimento degli occhi Livia aveva visto Nazzareno che la guardava e ancora, per la seconda volta non rispose . . . Lo sposo le si avvicinò e le mise una mano attorno alla vita, il Parroco lanciò uno sguardo verso la sagrestia, i parenti della sposa si spostarono e formarono una barriera umana tra la sagrestia e il resto della chiesa, quando il Parroco ripeté la domanda per la terza volta, finalmente la voce le torno e riuscì a rispondere “Sì!”.

Non sappiamo come andò avanti la giornata, ma la famiglia appena nata si allargò ben presto, una femmina, un maschio e un’altra femmina i figli che sopravvissero fino all’età adulta, gli altri quelli morti appena nati o morti bambini non si ricordano, forse 2, forse 3? Livia morì, a seguito di un “qualcosa” al seno, dicono che la morte dell’ultimo bambino, ancora lattante, le fece venire la mastite (forse un tumore?), ben oltre i 40 anni. Francesco rimasto vedovo fece un discorso ai figli adolescenti: “Se voi vi comportate bene, io non mi risposo, ma dovete essere sempre bravi, specialmente voi” disse alle figlie “siete senza mamma e tutti vi osserveranno attentamente, aspettando che facciate uno sbaglio, io non voglio un’altra moglie, ma se devo avere qualcuno che vi tiene d’occhio, porterò a casa una matrigna!”  . . . dopo un discorso così, si può immaginare come sono sempre stati bravi questi ragazzi, niente matrigna, per loro.  

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4 pensieri su “Questo matrimonio s’ha da fare . . .

    1. Che soddisfazione . . . grazie, diciamolo che non ti ho offerto nemmeno un caffé! 🙂
      Mi hai riconciliato col mondo, qualche giorno fa qualcuno mi ha detto che era troppo palloso, troppo descrittivo! 😦

      Ciao, Fior

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