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Un pomeriggio “altern-at-tivo”

Vista con gli occhi di uno dei vicini, la cosa si stava facendo sospetta.
Già il locale per lui era fuori norma, un B
ar “Bio”, con la sua sfilata di bottiglie, ma anche con molte scatolette di tisane, tè, cioccolata . . . e i dolci, preparati e cotti in casa dalla moglie del proprietario.


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E ora, da qualche mese, una domenica al mese, vedeva arrivare alla spicciolata donne, giovani e meno giovani, con borse,  borsette e borsone . . . lui aveva fatto l’indifferente, ma le aveva viste tutte, qualcuna era tornata tutte tre le volte, alcune invece erano arrivate una volta sola e, fin ora, non si erano ancora riviste . . . persino un ragazzo si era fermato, la prima volta, le due ore pomeridiane, ma  poi non l’aveva più visto.
E alla fine si era deciso, l’ultima domenica di marzo, un fantastico pomeriggio di primavera,  si era messo a passeggiare sul marciapiede e con fare indifferente, sbirciava dalla vetrina, le vide tutte appollaiate sugli sgabelli, tutte a testa bassa, ognuna con in mano qualcosa e, nei momenti in cui i rari clienti domenicali aprivano la porta, si potevano udire chiacchiere e risate . . . il proprietario del bar, il simpatico Pietro, le osservava curioso e divertito, poi si dava da fare per portare qualche piattino pieno di dolcetti, qualche tazza con cioccolata, cappuccino, tisane e loro, le donne, si affrettavano a spostare quello che avevano davanti, quasi con la paura che si potesse contaminare . . . mah, la cosa non gli era chiara, ma avrebbe tenuto d’occhio la situazione continuando a “fare la ronda” nei pressi. 

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L’appuntamento era alle 16.00 di oggi, al Seven Bar, in una delle stradine del centro, quando sono arrivata c’erano già Eleonora e altre due “ragazze” (tutte e due più giovani di me), ci siamo salutate, poi una delle due ragazze, mi ha allungato un foglio ripiegato dicendo: “Ecco l’angelo custode” . . . choc . . .  e poi l’intuizione, siamo andate a Roma alla Fiera con lo stesso autobus.
Abbiamo iniziato a chiacchierare, ci siamo presentate, e abbiamo iniziato a parlare di amiche in comune (Eleonora mi ha portato i saluti di un’amica knitter di Torino) e dei nostri progetti, poi è arrivata Valentina che con Eleonora è l’ideatrice di questi incontri: Knit Caffé  lo chiamano adesso che va di moda usare l’inglese.

 

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Siamo al terzo incontro, io ho partecipato solo agli ultimi due. 
Eleonora ci racconta delle sue esperienze di incontri di questo genere, a Torino, ci racconta che nella città sabauda ogni giorno, in qualche quartiere, si può trovare un gruppo di signore e qualche signore che sferruzza o uncinetta.

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Si aggregano al gruppo due signore più o meno della mia età, così siamo arrivate a 7. Le ultime due arrivate (sono amiche di un’amica che oggi non è potuta venire) e vorrebbero imparare a lavorare con i ferri circolari, così, mentre Eleonora spiega a loro (in pratica fa un corso personalizzato e accelerato) ascolto anch’io che a questa lavorazione mi ci sono avvicinata da autodidatta. Valentina fa le prove di modelli per una tendina a uncinetto, Gloria e Simo, lavorano all’uncinetto leggendo le spiegazioni su un tablet . . . insomma, la tecnologia applicata alla tradizione. 

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Pietro, il simpatico proprietario, ci chiede cosa vogliamo di merenda, e tra una tisana, un tè e tanti biscotti che prepara sua moglie, arriva anche il cappuccino che viene descritto come “buonissimo”, mi sa che al prossimo incontro lo prendo anch’io.  Io mi affretto a spostare i gomitoli di lana mohair, e mi godo la dolcezza e il relax. 
Si continua con i lavori, le chiacchierate e le risate e le 18.00 arrivano in fretta e noi raccogliamo i nostri lavori e ci diamo appuntamento al prossimo incontro.  Si torna alla realtà di tutti i giorni.

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Un modo moderno di incontrarsi, un modo nuovo di tenere viva una tradizione antica, quella che vedeva le nostre mamme riunirsi in casa di una o dell’altra, nei giardinetti o in spiaggia (ricordo benissimo mia madre e altre signore italiane con alcune signore tedesche che si spiegavano con disegni o facendo vedere come lavoravano i vari punti che volevano insegnarsi) o, addirittura mettendo le proprie seggiole nelle piazzette o sulle strade, allora poco frequentate,  stare insieme e passare conoscenze alle giovani generazioni . . . adesso, se qualcuna vuole imparare e non ha sottomano una mamma, una nonna o una zia, ecco i tutorial su you tube. 

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Poi, all’improvviso l’anziano vicino sul marciapiede non si sentiva più così anziano e non si sentiva più nemmeno in quella via . . . si sentì trasportato indietro nel tempo, quando proprio nei pressi di quella via, sua madre, la nonna e le vicine, dalla primavera all’autunno, formavano un circoletto con le sedie e ognuna aveva il suo lavoro, chi preparava la rete per il marito pescatore, chi aveva il tombolo per preparare il pizzo dei corredi nunziali, chi lavorava a maglia (soprattutto le calze pesanti per l’inverno) e chi ricamava, c’era sempre qualche bambina che stava vicina all’adulta che le insegnava l’arte antica e i maschietti, correvano, giocavano a palla . . .  Finalmente aveva capito, quelle donne portavano avanti una tradizione che arriva dalla notte dei tempi! 

retareLe “retare” che lavorano fuori dall’uscio di casa

 

Credits:  Le foto a colori sono di Pietro del SevenBar e riguardano ben 3 domeniche pomeriggio . . . la foto in bianco e nero l’ho trovata con Google! 

San Pietro . . . tra leggende e tradizioni

Una volta, quando abitavamo ancora nella Città sotto le Orobie, giugno era il mese del mare . . . partivano prima mia madre e mia sorella, qualche volta con me, qualche volta con mio fratello.
Di solito, per chi restava a casa, c’erano gli esami o altri impegni scolastici.


_Bergamo Alta
Comunque, ci godevamo le attenzioni della nonna e il viaggio col papà . . . infatti, li raggiungevamo più tardi, per il “ponte” che si creava con la festa di San Pietro e Paolo. Che, all’epoca, era in rosso sui calendari italiani.

Ho il ricordo di un paio di viaggi lui e io, da soli sulla 500 decapottabile, rossa, si partiva il 28 giugno, tardi, dovevo aspettare che mio padre tornasse dal lavoro. Non ricordo se si mangiava prima di partire, probabile che si mangiasse anche qualche panino in auto (mio padre non è mai stato un maniaco, le cose sporche si possono pulire).

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Quello che ricordo bene è che ogni volta ci trovavamo in mezzo a un temporale, con la notte che arrivava prima, con quella massa di nuvole che ti segue o ti precede chilometro dopo chilometro . . . insomma, immaginatevi una povera Fiordicactus, tra i 9 e i 12 anni (perché non ricordo proprio che anno fosse) in una scatolina di auto, col tetto di “stoffa” e le gocce che cadono forti e fanno un rumore d’inferno, lampi, tuoni e sferzate di vento . . . hai voglia a cantare, a raccontare storie di tempi andati a controllare i nomi dei paesi, man mano che li sorpassavamo, sulla cartina stradale . . . e allora arrivò la spiegazione per quella notte di tregenda.

Ogni anno tra Cielo e Terra, le forze del bene e del male si combattono . . . Angeli e Demoni (ben prima di Dan Brown), litigano fra di loro per la mamma di san Pietro. Il risultato a noi più evidente è quello che viene comunemente chiamato “temporalone” . . .

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Secondo mio padre la faccenda andò (più o meno) così:

San Pietro aveva una mamma (sì lo so, tutti abbiamo una mamma, fatemi finire), una mamma cattiva, antipatica e peccatrice. Così cattiva, antipatica e peccatrice che quando morì fu mandata all’Inferno senza tanti complimenti e nessun riguardo per la parentela con il primo Papa.

Passa un po’ di tempo e al nostro “portinaio” celeste gli prende la voglia di vedere sua mamma, per quanto cattiva, antipatica e peccatrice era pur sempre quella che da piccolo l’aveva coccolata, non tanto, è vero . . . l’aveva allattato, anche se, appena possibile l’aveva svezzato . . . l’aveva . . . be’, l’aveva affidato alla nonna ed era andata a farsi gli affari suoi . . . ma, lui era ormai vecchio, si sa, quando si invecchia si torna bambini . . .

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Pensando alla sua mamma all’Inferno e alla mamma del suo “capo” che era lì: Assunta in Cielo . . . partì e andò da Gesù:  “Sai, avevo pensato . . . sai, mia mamma laggiù all’Inferno, è da un po’ che non la vedo . . . tu, qui, hai la tua mamma e io . . . Dai, tu puoi tutto . . . ” 
E Gesù . . . “Simon Pietro, lo sai perché è stata mandata laggiù, ci sono le regole, non le ho fatte io: i buoni qua, i cattivi là. Lei è sempre stata cattiva, antipatica e peccatrice. E sta giù! Non fare il bambino!” 
San Pietro testardo, insiste: ” Eh, però anche al Ladrone, e quell’altro e quella: l’ adultera, hai perdonato un po’ tutti, proprio la mia mamma no???”
Al che Gesù, si inquieta e gli dice: “Non possiamo mica fare e disfare tutte le regole, se le cose sono così dalla notte dei tempi, ci sarà un perché . . . lasciala lì e facciamola finita.” 
“Eh, però . . . !” disse san Pietro ” . . . tra poco è la mia festa, almeno per la mia festa, potresti farmela vedere, come regalo”
Il buon Gesù, si commosse, in fondo era un figlio anche lui: “Ok! È giusto. Per la tua festa, ogni anno, avrai qua tua mamma! Dobbiamo solo prendere accordi! ” 
Furono presi accordi. In linea di massima tutti i diavoli erano d’accordo (ogni diavolo è buono a mamma sua), ma poi qualcuno cominciò a brontolare che erano favoritismi, nepotismi, amicizie altolocate . . .  che quel Lucifero lì, ha il cuore tenero . . .  che tutti i dannati devono essere uguali . . . e ci fu un po’ di trambusto anche all’Inferno. Ma in Paradiso tutti tranquilli, non arrivarono notizie . . .
Al tramonto del 28 giugno, San Pietro si presenta al portone dell’Inferno col permesso di rilascio temporaneo della mamma . . . la mamma viene accompagnata al portone e subito madre e figlio iniziano a elevarsi al Cielo . . . dal portone sbucano i diavoli dissidenti e, dai cancelli del Paradiso sciamano angeli e arcangeli che erano là di vedetta . . .


angeli e demoni

mentre qualcuno dei diavoli prende la mamma di san Pietro per i piedi per riportarla giù all’Inferno, alcuni degli angeli aiutano il vecchio san Pietro a tirarla per le braccia e portarla in Paradiso, intorno a loro si scatena una rissa che presto si trasforma in una battaglia .  . . finalmente le forze celesti riescono a portare a termine brillantemente la missione, San Pietro si gode la vicinanza della sua mamma per tutto il giorno della sua festa e poi la riaccompagna all’Inferno . . . si rivedranno l’anno dopo. E l’anno dopo tutti di nuovo a litigare . . .

Noi, nel tragitto dalla Città sotto le Orobie al mare della Romagna, eravamo capitati nel bel mezzo di quella rissa fra i diavoli e gli angeli . . .

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Quando, dopo qualche anno, siamo andati ad abitare fuori città era tutta un’altra vita, potevamo stare all’aria aperta, correre nei campi, arrampicarci sugli alberi e, la notte tra il 28 e il 29 giugno, sotto quegli alberi mettevamo un fiasco . . . per fare in modo, il giorno dopo, di poter vedere la “barca di san Pietro”.

Sapete come si fa???
La sera del 28 giugno, si prende un fiasco (o un altro contenitore di vetro) senza la paglia intorno . . . ci si mette l’acqua e poi ci si butta dentro l’albume di un uovo . . . lo si mette sotto un albero, un cespuglio e si aspetta la mattina per vedere, come d’incanto, tra l’acqua delle forme, come una barca con le vele. . . si dice che da come si presentano le vele si possono trarre auspici per il futuro . . . DSCN3712 Quest’anno l’ho voluto rifare, per riprendere una tradizione antica . . . ma devo aver sbagliato qualche passaggio, e la “nave” è venuta senza vele! Mah, ci riproveremo l’anno prossimo.

Lucyette, ne sa un’altra di leggenda sulla Madre di san Pietro, se volete, cliccate qui

Maggio, andiamo per santuari – Knock (An Cnoc o Cnoc Mhuire) Irlanda

Andiamo ancora una volta lontani dall’Italia, per scoprire un santuario in Irlanda, terra di San Colombano.  dove la Madonna è apparsa in compagnia di san Giuseppe e San Giovanni Evangelista. 

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“Il 21 agosto 1879, Mary McLoughlin, quarantacinquenne custode della chiesa retta dall’arcidiacono Bartolomeo Kavanagh, andò nel vicino cottage di Mary Byrne alle sette pomeridiane circa. Durante il tragitto, sul lato sud della chiesa, riferì di aver visto, scambiandole per statue, le figure della Vergine Maria, di san Giuseppe e di san Giovanni Evangelista, vestito come un vescovo, e inoltre un altare con una croce e un agnello, tradizionale immagine di Gesù, con angeli in adorazione. La McLoughlin pensò che l’arcidiacono si fosse procurato quelle immagini a Dublino.

Dopo mezz’ora Mary tornò alla chiesa con Mary Byrne, di 29 anni, per chiudere a chiave il portone, e lì avrebbero rivisto le figure, e si sarebbero rese conto che si trattava invece di un’apparizione. Mary chiamò allora suo fratello Dominick, sua madre e sua sorella, entrambe di nome Margaret, ed avvisò anche la gente dei dintorni. Accorsero il cugino, Dominick senior, suo figlio Patrick, il domestico John Durkan e il piccolo curry John di sei anni. Nel frattempo Mary Byrne era corsa a casa dell’amica Judith Campbell e della settantacinquenne Bridget Trench, che rilasciò in seguito un racconto vivace della presunta apparizione.” (per sapere come continua, clicca qui)

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(Per maggiori informazioni, in inglese, leggete qua)
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A questa Madonna, regalerei mughetti . . . che sono proprio i fiori simbolo di questo mese . . . 

“Secondo leggenda, il mughetto è uno dei primi fiori  a spuntare annunciando l’arrivo della primavera ed era considerato il simbolo dell’Avvento del Salvatore, nonché della sua Incarnazione. Il mughetto viene anche associato All’immagine della Madonna e alla sua purezza per il suo candore e per la dolcezza del suo profumo. Secondo la tradizione tali fiori sono stati originati dal sangue versato da San Leonardo durante la sua intensa lotta contro il demonio.” (da qui)

Maggio, andiamo per Santuari – Caravaggio

E siamo arrivati a Caravaggio per il “FerraMaggio” (Copiata l’idea a Gabriele, amico Facebook).
Il Santuario di Caravaggio è un santuario importante, antico e molto conosciuto. È il santuario della mia infanzia (anche se mio padre, quando se ne parla, ricorda che ogni pellegrinaggio a questo paese della bassa bergamasca è legato a qualche problema: perdita di un braccialettino d’oro, rottura del motore dell’automobile in un pomeriggio di una domenica autunnale e via ricordando) di cui, io bambina, ho solo bei ricordi.  Qui di seguito, come al solito, la storia dell’apparizione e il link. 

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“L’anno 1432 dalla nascita del Signore, il giorno 26 maggio alle ore cinque della sera, avvenne che una donna di nome Giannetta oriunda del borgo di Caravaggio, di 32 anni d’età, figlia di un certo Pietro Vacchie sposadiFrancesco Varoli, conosciuta da tutti per i suoi virtuosissimi costumi, la sua cristiana pietà, la sua vita sinceramente onesta, si trovava fuori dall’abitato lungo la strada verso Misano, ed era tutta presa dal pensiero di come avrebbe potuto portare a casa i fasci d’erba che lì era venuta a falciare per i suoi animali.
Quand’ecco vide venire dall’alto e sostare proprio vicino a lei, Giannetta, una Signora bellissima e ammirevole, di maestosa statura, di viso leggiadro, di veneranda apparenza e di bellezza indicibile e non mai immaginata, vestita di un abito azzurro e il capo coperto di un velo bianco.
Colpita dall’aspetto così venerando della nobile Signora, stupefatta Giannetta esclamò: Maria Vergine!
E la Signora subito a lei:Non temere, figlia, perché sono davvero io. Fermati e inginocchiati in preghiera.
Giannetta ripose:  “Signora, adesso non ho tempo. I miei giumenti aspettano questa erba.”
Allora la beatissima Vergine le parlò di nuovo: “Adesso fa quello che voglio da te…”

Santuario  di Caravaggio

E così dicendo posò la mano sulla spalla di Giannetta e la fece stare in ginocchio. Riprese: “Ascolta bene e tieni a mente, perché voglio che tu riferisca ovunque ti sarà possibile con la tua bocca o faccia dire questo…”
E con le lacrime agli occhi, che secondo la testimonianza di Giannetta erano, e a lei parvero come oro luccicante, soggiunse:
“L’altissimo onnipotente mio Figlio intendeva annientare questa terra a causa dell’iniquità degli uomini, perché essi fanno ciò che è male ogni giorno di più, e cadono di peccato in peccato. Ma io per sette anni ho implorato dal mio Figlio misericordia per le loro colpe. Perciò voglio che tu dica a tutti e a ciascuno che digiunino a pane ed acqua ogni venerdì in onore del mio Figlio, e che, dopo il vespro, per devozione a me festeggino ogni sabato.
Quella metà giornata devono dedicarla a me per riconoscenza per i molti e grandi favori ottenuti dal Figlio mio per la mia intercessione.”
La Vergine Signora diceva tutte quelle parole a mani aperte e come afflitta.
Giannetta disse: “La gente non crederà a me.”

La clementissima Vergine rispose: “Alzati, non temere. Tu riferisci quanto ti ho ordinato. Io confermerò le tue parole con segni così grandi che nessuno dubiterà che tu hai detto la verità.”
Detto questo, e fatto il segno di croce su Giannetta, scomparve ai suoi occhi.
Tornata immediatamente a Caravaggio, Giannetta riferì tutto quanto aveva visto ed udito. Perciò molti – credendo a lei – cominciarono a visitare quel luogo, e vi trovarono una fonte mai veduta prima da nessuno.
A quella fonte si recarono allora alcuni malati, e successivamente in numero sempre crescente, confidando nella potenza di Dio. E si diffuse la notizia che gli ammalati se ne tornavano liberati dalle infermità di cui soffrivano, per l’intercessione e i meriti della gloriosissima Vergine Madre di Dio e Signore nostro Gesù Cristo. A Lui, al Padre e allo Spirito Santo sia sempre lode e gloria per la salvezza dei fedeli. Amen.”

(E poi, se volete saperne di più, cliccate qui)

 

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Il fiore di oggi, un fiore che è nella lista dei miei “Top Ten” , appena dopo i girasoli! La Peonia!

“La peonia fu incoronata “Regina” da un’antichissima leggenda che affonda le radici in Cina, e viene tuttora considerata tale. Sulla base di quanto emerge dal linguaggio dei fiori, la peonia simboleggia la timidezza e la vergogna: la tradizione narra che le ninfe utilizzavano petali di peonia come rifugio sicuro, per proteggere loro stesse dai pericoli.
Nell’antico contesto mitologico greco, la peonia fu al centro di numerosissimi miti e leggende: tanto per riportare un esempio, la peonia personifica le lacrime versate da Diana, dea della caccia, quando ella capì di aver ucciso il suo amato con la freccia.” (da qui)

Maggio, andiamo per santuari – N. S. di Bonaria

Qualche anno fa ho scoperto questo santuario, me l’ha fatto conoscere un’amica blogger AnnaVercos (il nickname è il nome del personaggio di un dramma di Paul Claudel “L’Annuncio a Maria”, ve lo consiglio, ecco qui la mia impressione)

“Marzo 1370. Un mercantile salpa dalla Spagna verso la penisola italica. La navigazione si prospetta tranquilla, ma all’improvviso si scatena una paurosa tempesta. La situazione si fa drammatica e l’equipaggio capisce di non avere più speranze. Il capitano, per alleggerire la nave, ordina di gettare in mare ogni cosa nella speranza di poter salvare almeno la vita degli uomini dell’equipaggio. Rimangono a bordo solo l’equipaggio e i viaggiatori.

All’improvviso, la tempesta si placa, le nubi di diradano e ricompare il sole. 

Pieni di sollievo per il pericolo scampato i marinai, guardando verso il mare, si accorgono che di tutta la merce gettata in mare solo una enorme cassa galleggia: nessuno sa che cosa contenga o a chi appartenga. Incuriositi, cercano di recuperarla. Non ci riescono. 

Il capitano cerca di rimettersi in rotta, ma inutilmente: la nave segue misteriosamente quella grossa cassa che, dopo qualche tempo, approda dolcemente sulla spiaggia antistante il piccolo borgo di Bonaria, ai piedi di un convento di Frati Mercedari. 

Scesi a terra, i marinai cercano di aprire la misteriosa cassa, ma non ci riescono. Tentano di spostarla, ma risulta impossibile per l’enorme peso. Anche la gente accorsa dal borgo sulla riva guarda incuriosita. La notizia ben presto si diffonde e da ogni parte della vicina città di Cagliari (Caller) sopraggiungono anche l’arcivescovo Bernardo, il vicerè Alberto Satrillas e altre autorità cittadine. 

Tutti sono sgomenti e non sanno cha fare davanti a quella cassa; ma a un certo punto si leva dalla folla una voce infantile che invitava la gente a chiamare i frati del vicino convento. 

I religiosi accorrono prontamente e, nel silenzio incuriosito degli astanti, con molta facilità aprono la cassa: agli occhi increduli di tutti appare una bellissima statua della Madonna con il Bambino e con una candela accesa in mano. 

Era il 25 marzo del 1370, festa dell’Annunciazione. 

Una  volta approdato in Sardegna, il bel simulacro doveva essere adeguatamente ospitato e ci si chiese dove esso meritasse di essere collocato: si pensò di portarlo nella Cattedrale, chiesa madre della città; i frati si opposero, sostenuti da tutta la popolazione e portarono la statua nel convento. 

Si pensò di collocarla in una cappella laterale, poiché l’altare maggiore era già occupato da un’altra prodigiosa statua, La Madonna del Miracolo. 

La statua della Vergine fu dunque collocata in una cappella laterale, ma il mattino seguente, i religiosi videro che le due statue si erano scambiate di posto.La Madonna venuta dal mare era sull’Altare maggiore. 

Pensarono che qualcuno avesse voluto onorare nascostamente, durante la notte il nuovo simulacro miracoloso, e rimisero le statue al loro posto. Il mattino seguente verificarono lo stesso spostamento. La terza notte decisero di vegliare per impedire che qualcuno effettuasse quello spostamento, ma, senza che riuscissero a rendersene conto, la Madonna venuta dal mare si spostò ancora una volta sull’Altare maggiore. Era chiaro che la nuova venuta voleva essere onorata come regina del Santuario; perciò i religiosi la lasciarono nel posto che Essa stessa si era scelta; e da allora viene venerata come Nostra Signora di Bonaria, proclamata nel 1908 da San Pio X Patrona massima della Sardegna”

La “navicella”  

Al centro dell’arco absidale pende la “misteriosa” Navicella intorno alla quale le cronache del Santuario e gli storici di Bonaria parlano abbondantemente. 
E’ d’avorio ben levigato al di fuori e scavato all’interno. D’avorio è anche la tavoletta sottile e mobile che serve di coperta nella poppa; così pure la gabbia e l’unico albero. Questo è fissato, al centro, da fili d’argento anneriti, infissi nei fianchi esterni, e si uniscono sotto la gabbia. In cima all’albero c’è un piccolo anello di ferro fasciato di cordina dove si attacca la cordicella che sostiene la Navicella alla volta. E’ lunga 30 cm, alta mm 95, pesa g 1.70 e misura dalla chiglia alla cima dell’albero cm 36. Con ogni probabilità essa risale agli inizi del secolo XV. 

La celebrità della Navicella è dovuta al fatto che, appesa davanti al Simulacro della Madonna, cominciò a dare misteriose segnalazioni delle quali si occupò anche il Processo Canonico nel 1592, isituito dall’Arcivescovo don Francesco Del Vall per vagliare la veridicità dei fatti di Bonaria. Le segnalazioni della Navicella, controllate e vagliate da persone qualificate, indicavano la direzione dei venti spiranti nel golfo. La loro straordinarietà non sta nel movimento, che promana da una legge fisica, bensì nell’indicare la direzione dei venti con la sua prora. 
I naviganti infatti hanno sperimento la veridicità delle segnalazioni senza mai avventurarsi nel mare se non dopo aver consultato le indicazioni della Navicella.  

La città di Buenos Aires, fondata una prima volta dal conquistador Pedro de Mendoza il 2 febbraio 1536, distrutta nel 1541 e rifondata definitivamente come Ciudad de la Santísima Trinidad en el Puerto de Santa María del Buen Aire nel 1580 da Juan de Garay, deve il suo nome alla devozione dei marinai sardi dell’equipaggio verso la Madonna del Buen Aire o de los Buenos Aires, ovvero la Madonna di Bonaria venerata a Cagliari[4][5]. Nella capitale dell’Argentina si trova una basilica, eretta nel 1911 dai Mercedari, dedicata a Nuestra Señora de los Buenos Aires, la cui festa, come nel capoluogo sardo, si celebra il 24 aprile.

Maggio, andiamo per santuari – Forno Alpi Graie (Groscavallo – TO)

Sono tornata in Italia . . . ci è voluto un po’, ma sono arrivata in mezzo ai monti del Piemonte!  

Gli avvenimenti miracolosi del 1630 prendono le mosse da un pellegrinaggio compiuto dall’operaio Pietro Garino, nativo di Forno Alpi Graie e residente a Torino, al santuario della Madonna del Rocciamelone, in valle di Susa, sorto nel Medioevo in seguito al voto di un crociato di Asti, Bonifacio Rotario, sulla cima di quello che era ritenuto il monte più alto delle Alpi. Giunto il 7 agosto 1629 sulla cima di questo monte (4), il pellegrino nota sulla facciata della cappella due quadretti che raffigurano la Vergine di Loreto e san Carlo Borromeo, entrambi gravemente danneggiati dall’umidità. Garino pensa di portarli a Torino per farli restaurare, e promette di riportarli nella cappella l’anno seguente.

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A Torino, Garino affida il restauro dei quadri al pittore milanese Carlo Antonio Merutto. Nel frattempo è giunto l’anno 1630, in un Piemonte devastato dalla guerra e dalla fame, alle quali si aggiunge la pestilenza. I paesi che Pietro Garino dovrebbe attraversare per ascendere nuovamente al Rocciamelone si trovano nella zona più gravemente infetta dalla peste. Pertanto egli pensa di rimandare la restituzione dei quadri e di portarli per il momento con sé nella sua casa natale di Forno. E proprio a Forno, nella notte del 27 settembre 1630, Pietro Garino ode una voce che lo chiama per nome. Lo stesso fenomeno si ripete nelle due notti successive, senza che egli ne comprenda l’origine. 
Nel pomeriggio del 30 settembre, mentre si trova su una pianta a raccogliere foglie per il bestiame. scorge sulla cima dell’albero i due quadri, che aveva chiuso in un cassettone a casa sua. Mentre Garino si pone in ginocchio ai piedi dell’albero, i due quadri scendono – miracolosamente – a terra. Quasi contemporaneamente sopra una pietra appare una Dama con un velo verde in capo e un vestito d’argento ricoperto di gemme, sorretta da due donne. Superato il primo stupore, Garino trova il coraggio di rivolgere questa domanda: «Vi domando, beata Vergine, se siete la Madre di Dio». E la Dama risponde: «Io sono la Madre di Dio, Regina del Cielo e della Terra. Ti domando di dire al Parrocco o ad altro religioso che faccia sapere al popolo che sieno più timorati di Dio e diversi da quello che furono finora. Allora potrò ottenere dal mio Divin Figliolo che faccia cessare la peste che miete tante vittime e ne siano preservati i paesi che ancora ne sono sani. Va e non temere: io farò che si creda alle tue parole». 
Il veggente si reca dal parrocco, don Renaldo Teppati, e gli racconta l’accaduto. Il parrocco che conosce Garino per uomo di fermo buon senso e di solida pietà, alieno da fantasticherie o mistificazioni, è subito incline a mestare fede al veggente: gli fa ripetere sotto giuramento il racconto e gli dà appuntamento per il giorno seguente alla cappella di San Rocco, poco distante da Forno, raccomandandogli di portare con sé i due quadri. Ma al mattino del giorno dopo Garino constata che i quadri sono nuovamente spariti dal luogo dove li aveva riposti. Accorso con don Teppati alla roccia dove si era manifestata la Vergine, vi trova ancora i due quadri, segno manifesto che quel luogo era stato scelto dalla Madonna per esservi venerata. (e se volete sapere come è finita . . . cliccate qui)

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Oggi una rosa antica . . . bellissima, l’ho trovata in questo sito:  “Ca’ delle Rose” 

Maggio, andiamo per santuari – Fatima

Visto che ero in giro . . . tanto valeva prendersi ancora un giorno, oggi è proprio quello giusto per andare a Fatima. Oggi, infatti, è proprio il giorno in cui la Madonna apparve ai pastorelli portoghesi. 

_basil_409b77364b2bc (1)Per saperne di più sul santuario, clicca sulla foto 

“Il 13 maggio del 1917 tre bambini pascolavano un piccolo gregge nella Cova da Iria, frazione di Fatima, comune di Villa Nova de Ourém, oggi Diocesi di Leiria-Fatima. Si chiamavano Lucia de Jesus, di 10 anni e i suoi cugini Francesco e Giacinta Marto, di 9 e 7 anni. 
Verso mezzogiorno, dopo aver recitato il rosario come facevano abitualmente, si intrattennero a costruire una piccola casa con pietre raccolte sul luogo, dove oggi sorge la Basilica. All´ improvviso videro una grande luce; pensando che si trattasse di un lampo decisero di andarsene, ma sopraggiunse un altro lampo che illuminó il luogo e videro sopra un piccolo elce (dove ora si trova la Cappellina delle Apparizioni) una “Signora più splendente del sole” dalle cui mani pendeva un rosario bianco.

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La Signora disse ai tre Pastorelli che era necessario pregare molto e li invitò a tornare alla Cova da Iria per cinque mesi consecutivi, il giorno 13 e a quella stessa ora. I bambini così fecero e nei giorni 13 di giugno, luglio, settembre e ottobre la Signora tornò ad apparire e a parlare con loro alla Cova da Iria. Il 19 agosto l´apparizione ebbe luogo nella località “dos Valinhos” a circa 500 metri da Aljustrel, perché il giorno 13 i bambini furono sequestrati dal sindaco e portati a Villa Nova de Ourém.

Nell´ ultima apparizione, il 13 ottobre, alla presenza di circa 70.000 persone, la Signora disse che era “La Madonna del Rosario” e chiese che venisse costruita in quel luogo una Cappella in suo onore. Dopo l´apparizione, tutti i presenti furono testimoni del miracolo promesso ai tre bambini nei mesi di luglio e di settembre: il sole, simile ad un disco d´argento, poteva essere fissato senza difficoltà, girava su se stesso come una ruota di fuoco e sembrava che volesse precipitare sulla terra.” (e per sapere il resto, cliccate qui)

“La Statua che si venera alla Cappellina delle Apparizioni, cuore del Santuario di Fatima, è stata offerta da Gilberto Fernandes dos Santos nel 1920. È opera dello scultore José Ferreira Thedim.

È in legno, cedro del Brasile e misura 1,10 m.

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È stata benedetta il 13 Maggio 1920 nella Chiesa Parrocchiale di Fatima (a 4 Km dal Santuario, luogo dove furono battezzati i Pastorelli di Fatima); intronizzata alla Cappellina delle Apparizioni il 13 Giugno 1920 e incoronata dal Legato Pontificio Cardinale Masella, il 13 Maggio 1946.

La statua della Madonna è incoronata nelle grandi celebrazioni con una corona che è un esemplare unico eseguito a Lisbona e alla quale hanno lavorato gratuitamente 12 artisti per la durata di tre mesi. Pesa 1200 grammi ed è arricchita da 313 perle e 2679 pietre preziose. Questa corona è stata offerta dalle donne portoghesi il 13 Ottobre 1942, come ringraziamento perché il Portogallo non era entrato a far parte della 1ª Guerra Mondiale, e in essa è incastonata la pallottola offerta da Giovanni Paolo II.

Il defunto Sommo Pontefice offrì la pallottola che gli trapassò il corpo nell’attentato di cui fu vittima il 13 Maggio 1981, a Roma, come segno di ringraziamento alla Vergine per avergli salvato la vita.

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La rosa d’oro alla Madonna di Fatima . . . “Fu concessa da Paolo VI nella sessione del 21 Novembre 1964 del Concilio Vaticano II e benedetta dallo stesso Papa il 28 Marzo 1965. Fu consegnata al Santuario dal Cardinale Legato, Fernando Cento, il 13 Maggio 1965. !